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L’innovazione a tutti i costi

L’innovazione a tutti i costi

“Nei prossimi tre anni creeremo mercato, rendendo accessibili i dati, aprendo all'interoperabilità pubblico e privato, puntando sui servizi e le infrastrutture web, diffondendo la cultura dell'innovazione tra famiglie, imprese e P.A.". A tu per tu con Mario Dal Co, neo direttore generale dell'Agenzia per l'innovazione


La crisi economico/finanziaria ha morso anche l’Italia e il governo deve farvi fronte tagliando molte voci di spesa. Come si può fare innovazione senza spesa? Ovvero come si può innovare la P.A. senza mettere sul piatto qualche investimento pesante?
In azienda gli investimenti in innovazione si fanno per realizzare nuovi prodotti e, ancor più spesso, per ridurre i costi. Poiché la P.A. non ha nuovi prodotti, ma deve erogare i suoi servizi meglio e a minor costo, il tema è: è capace la P.A. ad utilizzare l’innovazione per migliorare qualità ed efficienza? Se la risposta è sì, ne deriva che l'introduzione dell'innovazione della P.A. non può che aumentare qualità ed efficienza, ovvero ridurre i costi o mantenerli costanti migliorando la qualità del servizio. Qualità che nella P.A. si misura in minori errori, minori tempi di attesa, minore bisogno di assistenza (costosa) da parte dei professionisti.


Diversi sono gli attori del settore, decisori e anche operatori, che credono in una riscossa dei territori. Il loro ragionamento è semplice e si basa sulla sterilità dei grandi piani di settore. Qual è secondo lei la chimica giusta? L’innovazione è di sistema e va governata e finanziata dallo Stato, va orchestrata con accordi di programma fra lo Stato e le autonomie locali o va lasciata a quest’ultime la piena ed autonoma regia?
Oggi il quadro di riferimento per gli standard non è nemmeno nazionale, ma europeo. Forse le difficoltà del Cnipa prima e di DigitP.A. poi trovano una ragione anche in questo scenario che sta mutando. Certamente in Europa deve andarci lo Stato e non le regioni in ordine sparso, con il ruolo di definire come le amministrazioni garantiscono interoperabilità delle applicazioni, accesso ai data base per l'erogazione dei servizi istituzionali di propria competenza, compliance agli standard di mercato e di diritto europei ed internazionali. I ministeri producono oggi troppa regolazione interna, mentre dovrebbero connettere il sistema delle autonomie e delle regioni agli standard europei: siamo ancora lontani, come insegnano gli anni persi in carte di identità e dei servizi non standard e in impedimenti alla accessibilità delle basi di dati della P.A. da parte delle altre P.A. che ne hanno titolo. Ancor oggi lo stato perde miliardi a causa della non accessibilità dell'anagrafe tributaria e dell'anagrafe civile da parte delle Asl (esenzioni non dovute dei ticket e pagamenti ai medici di base per cittadini deceduti), così come l'Inps perde miliardi per pagamenti di pensioni a cittadini deceduti. Anche se i controlli rilevano le frodi (a campione) è troppo costosi recuperare queste perdite...


Le nuove tendenze tecnologiche e filosofiche indicano come non rinunciabile una piena adesione all’open data e alle dottrine dell’open government. Pensa che sia possibile perseguire questa strada anche in Italia? E come?
Open data è in linea con le indicazioni Oecd sulla strategia dell'innovazione e anche con la Digital agenda europea: si punta in tutto il mondo a rendere accessibili i dati di interesse pubblico, senza violare la privacy. Perché è questa la strada per creare mercato per servizi a valore aggiunto: tra questi anche i servizi della P.A., che possono essere offerti dai privati, facendo risparmiare la P.A. e migliorando l'efficienza del sistema: ricordiamo la agenzie per fare la patenti? Bene, quelli erano servizi a valore aggiunto che il pubblico non sapeva fare. Ce ne sono moltissimi che le nuove tecnologie rendono possibili, e che sarebbe folle riservare alla P.A., che va invece aperta e resa interoperabile non solo tra soggetti pubblici, ma anche tra soggetti pubblici e soggetti privati, come stiamo facendo con Reti Amiche al Ministero della P.A. e innovazione.



Negli ultimi convegni e incontri a cui ho partecipato è risuonata spesso come un monito la sua recente frase “...nel processo di acquisizione di nuove tecnologie domina un determinismo giuridico – tecnologico...”. Ci può spiegare meglio il concetto e, soprattutto, il deterrente a questa deriva?
Forse è una frase un troppo  altisonante: voglio dire che dal lato della P.A. si procede agli acquisti sulla base di "determinazioni giuridico amministrative": quando le carte sono a posto si compra. A quel punto, in genere, nessuno di quella fornitura se ne occupa più. Esagero, ma è in quel momento che in azienda ci si comincia a preoccupare e si sta col fiato sul collo del fornitore. Inoltre le carte sono considerate  a posto quando sono "complete" e in questa valutazione giuridica di completezza non è compresa l'analisi dell'impatto della fornitura, impatto sull'organizzazione, sui processi, sui costi, sulla resa dell'investimento. Non c'è neppure un sistema di monitoraggio dell'implementazione, ma solo un monitoraggio del giro delle carte. La vicenda recente della PEC ne è la più lampante dimostrazione. Nessuna amministrazione si è minimamente preoccupata di predisporre un work flow coerente con l'adozione del nuovo strumento. E si badi bene lo strumento è sicuramente parziale e imperfetto, ma apre la stagione dell'interazione digitale tra amministrazione e cittadino, che avverrà anche su altri canali. Non predisporsi alla PEC significa non  predisporsi alla comunicazione digitale. Sull'altro lato, le imprese conoscono bene questi problemi della P.A. e li sfruttano con la loro "sicumera tecnologica". Ogni uomo di marketing dell'Ict ha detto, almeno una volta al giorno  che "con la nostra soluzione si può fare tutto". Non c'è desiderio del cliente, per quanto confusamente espresso che non sia stato, secondo il venditore previsto e non sia soddisfatto premendo un bottone. Nessun venditore dirà che la soluzione necessita una accurata analisi organizzativa preliminare, che occorre un progetto formativo, che la tecnologia ha un impatto imponente sul modo di lavorare non solo ai livelli operativi, ma soprattutto ai livelli manageriali. Per questo parlo di determinismo giuridico e tecnologico: in mezzo, dopo che la P.A. si è arroccata sulla correttezza formale e l'impresa sulla capacità tecnologica, rimane una terra di nessuno in cui non si trova come far muovere la tecnologia nella testa della gente e nella struttura organizzativa del cliente.


Quali sono le azioni più significative che il vostro ministero ha in serbo per i prossimi 3 anni di mandato?
Creare mercato: semplificando, rendendo accessibili i dati, aprendo all'interoperabilità pubblico e privato, puntando sui servizi e le infrastrutture web, diffondendo l'innovazione, anzi la cultura dell'innovazione tra famiglie, imprese e pubblica amministrazione. Come vede sarà un gioco da ragazzi...


Gianluigi Cogo

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1 commenti per "L’innovazione a tutti i costi", lascia anche il tuo

  1. Nazzareno Prinzivalli il 28/07/2010 15:10 1) In merito alla risposta alla prima domanda vorrei far osservare che, in azienda, gli investimenti si fanno non solo per nuovi prodotti ma anche per nuovi processi di produzione: la premessa, pertanto, del Direttore neon mi pare condivisibile. Per di più, nel proseguio del ragionamento non si capisce in che modo l'innovazione possa essere realizzata senza alcun investimento: il Direttore delinea le conseguenze, condivisibilissime, di una corretta innovazione...ma non come "pagare" la stessa.

    2)Le difficoltà del Cnipa iniziano quando inizia lo stesso Cnipa: quando, cioè, cessa (sciaguratamente) di essere AIPA

    3) Concordo pienamente
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Questo articolo è stato inserito il 26/07/2010 nella categoria Gente di egov, letto 6924 volte

Tags: agenzia per l'innovazione mario dal co ministero p.a. e innovazione open data



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